John Cassavetes…
Mable che balla da sola il motivo
centrale del Lago dei Cigni, burlescamente, creando spazi che
interrompono le situazioni più banali, lo scendere da una scala, il
ricevere un ospite. Una splendida, limpida, pantomima tragica, una
moglie, che invita tutti a seguire la sua mente sovraffollata e i
suoi gesti inconsulti, clowneschi, la sua maschera di assoluta
vitalità.
La strada nel caos del traffico, la moglie pazza, in
gonnellina, saltellante e infreddolita,le donne perbene la evitano, i
suoi figli scendendo dallo scuolabus la abbracciano, teneramente.
Riscoprendola ogni giorno, loro, gli unici complici di uno splendido
teatro che verrà represso in un manicomio.
Una Moglie-“A woman
under influence”-è uno dei miei film preferiti.
La scena del
Pub di “Mariti”-Gus, Archie e Henry. Il confronto con la morte,
l’amputazione del quarto elemento del gruppo, diventa l’inizio di una
farsa salvifica, scandalosa, allegorica. I suoi saliscendi, i suoi
ritmi, le sue maschere iper-umane, iper-caratteriali. L’eccessività
grondante dei gesti, la visceralità che si rincorre
ininterrottamente, creando tòpoi inediti. L’allegoria di Bacco, il
pub unto e sovraffollato, gli spettatori, compagni anonimi, irlandesi
ubriaconi, la regina della festa, che come in un qualsiasi
ribaltamento boccaccesco, è una donna stagionata e sguaiata, che
invita il trio alla rivolta delle loro vite borghesi, alla
trivialità, al rito scatologico.
La scena del vomito, forte e
allo stesso tempo banale. Tre uomini che cercano la libertà e si
ritroveranno di nuovo amputati.
La fabule dei maschi-allontanati
dalle mogli per vivere momenti di assoluta solidarietà e
convivialità-le hai maltrattate e rovinate, sviscerate, frugate.
In
un continuo riverbero dell’eterna incomprensione dei sessi, delle
anomalie della vita borghese, senza moralismi, senza banalità.
Frugare la vita famigliare in tutte le sue farse, le sue
incomprensioni, i suoi eccessi sentimentali.
Grazie.
Ben,
Hugh, Leila. L’imputtanimento della vita. I fratelli di tre colori
diversi, il jazz, una NY festosa e tragica, le vite anodine, il
contrasto tra colori di pelle. Il furibondo naufragio del
non-comprendersi.
Grazie anche per “Ombre”. Un film di rara
bellezza estetica.
Il re senza corona, Cosmo Vitelli, un Ben
Gazzara allucinato ed infinito che regala orchidee alle sue puttane,
tenutario di un night club che gode del privilegio assoluto di una
gang di vecchi gangster, tutt’altro che gloriosi, tutt’altro che
mitologici. Calvizie incipienti, sguardi guerci, richieste assurde di
ricatti, estorsioni, omicidi. “Assassinio di un allibratore
cinese”, la scena della cameriera che fa l’audizione, una povera
sciacquetta dal viso banalmente e infinitamente americano, interrotta
dall’ingresso della venere nera, assoluta bellezza mercificata, di
cui corteggia anche la madre, come se infondo fosse lui a proteggere
la bellezza di questi corpi venduti, dalla crudeltà degli sguardi,
dallo squallore dei balletti. Gli schiaffi della splendida ragazza di
colore, disperata e innamorata, in questo sudicio carnevale. E
ancora, l’omicidio del gangster cinese, lo spaesamento. Ubu re.
La
farsa del prestigio del crimine organizzato, che si perde nello
squallore delle singole splendide scene.
Potrei continuare a
citare Scie D’amore, Minnie& Moskovitz, Volti, Gloria.
Ma non
serve. Serve ricordarti in un periodo storico in cui ogni film è uno
stereotipo del film precedente, ogni film presenta dei casi,
orchestrati a dovere per entrare nell’immaginario e fissarsi come
statue, prive di personalità. Dedico questa lettera a chi pensa che
film come “Little Miss Sunshine” siano i meglio prodotti del
cinema indipendente americano. A chi pensa che Vincent Gallo, Larry
Clarke e Gus Van Sant siano sovversivi. A chi ancora crede che i
fratelli Coen siano stati gli unici e i più grandi, nel mostrare
quanto è stratificata, allucinata e perplessa, nonché farsesca, la
società americana.
E poi a te, all’appendice della tua mano, la
santa telecamera, a Gena Rowlands-la donna capace di diventare tutte
le donne e nessuna, la Moglie che si interpreta in mille accezioni-e
a quel coglione di tuo figlio Nick che non sa fare un cazzo.
E
alla tua bellezza angolare, corona del tuo talento, bruciato
velocemente nel bourbon. A quello che ci hai lasciato. E alla
singolare profondità e universalità dei tuoi segni.
Ti amo, John
Cassavetes.
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Crush my calm you cassavetes e ti amano pure i Fugazi. |