Chiari.
The Catcher
in the Rye non mi cambiò la vita, nè tantomeno mi fece sentire come
un ragazzo alla ricerca di se stesso e della sua cattiva strada.
Piuttosto la prima volta mi fece incazzare tantissimo, con quel suo
finale che suona come un pugno nello stomaco a tradimento. Il ritorno
dallo zoo a casa, la decisione quasi presa di ricominciare la scuola,
le sue parole di ferro arrugginite nell’arco di un fine settimana. La
dimostrazione del fallimento generazionale, della spinta propulsiva
adolescenziale spompata in un weekend. Salinger è morto, novantuno
anni suonati buona parte dei quali passati rinchiuso a casa sua senza
contatti con l’esterno. E’ forse questo che mi piaceva di lui, la sua
assoluta mancanza di tatto e l’arroganza discreta che lo portava a
sbarrare la porta di casa. Ovvio che anche questo lo ha trasformato
in una leggenda, almeno per quanto riguarda i "dreamers" e
i colonnisti di giornaletti universitari e maestri di vita
tristemente ancorati su una scrivania. O quei mezzi studentelli di
lettere che nella violenza della scrittura ci trovano la rivoluzione.
Solo perchè nelle loro vite non riescono a trovare una valvola di
sfogo, e si vomitano addosso parole che sembrano uscite da un libro
di storia della letteratura italiana. Quella rivoluzione per Salinger
era già morta e sepolta nei gesti, in quel continuo contrarsi delle
emozioni, nella paurosa misantropia del mitico Holden.
Noiosi
The Catcher
in the Rye arriva a casa mia in una maniera piuttosto inusuale, e
forse in quel piccolo gesto a distanza di tempo ci vedo tutto il
fascismo dell’educazione scolastica contemporanea. Avevo letto già
molto tempo prima le sue poche cose scritte (Alzate l’architrave
carpentieri! Che genio che era a impilare Saffo in una storia
torbidissima), ma per me The Catcher è stato una sorta di grande
rimosso della letteratura, lo lessi e lo gettai via con somma
tristezza e delusione. Negli anni si cresce, e cresce anche un
fratello che nei suoi primi anni di liceo classico era l’equivalente
umano di doctor Doom. Le solite storie di tutti, voti bassi,
insofferenza a leggi e comportamenti morali e sociali. La buona
insegnante consiglia a mio fratello di leggere The Catcher, lui apre
una pagina al mese, e poi comincia a scorrerci dentro, intanto però
non sembrava neanche stesse imparando qualcosa da quel libro, il suo
sguardo spento. Quando arrivò alla fine si limitò nel suo scarno
giudicare di sempre: "bello". Anche dieci minuti fa quando
gli ho richiesto se gli fosse piaciuto mi ha detto “bello, si si”.
Io lo sapevo però che quell’attenti sparato a razzo dalla
professoressa lo aveva fatto incazzare ancora di più, quasi come se
fosse una provocazione inaccettabile consigliare la storia di uno
scioperato intelligente che si redime sulla via del ritorno.
No, non ci
sto nemmeno un poco ad essere ritratto dentro quella copertina
bianchissima dell’edizione Einaudi, come non ci tengo neanche a
ricordarmi di un qualsiasi Holden. E’ un fessacchiotto di provincia,
uno che un genio come McCarthy avrebbe trasformato in una specie di
mostro subumano molto vicino alla santità alcolica di un Suttree.
Holden è la marionetta di Salinger conservatore e chiaramente
razzista nei confronti delle teste calde, uno di quelli che nel Texas
avrebbe sparato a qualche trombacocomeri nero. Paradossalmente nel
gesto "di formazione" che evoca quella scrittura c’è il
fallimento stesso dell’adolescenza, un passaggio e basta. Deve essere
per forza così?
"Non so
perché. Era solo che aveva un’aria così maledettamente carina, lei,
là che girava intorno intorno, col suo soprabito blu eccetera
eccetera. Dio, peccato che non c’eravate anche voi".
Su questo
Salinger è geniale, riesce a fagocitare rapidamente l’immagine di un
ragazzino immobile davanti a sua sorella, con quel “eccetera
eccetera” che mi ha sempre legato alla parola di Holden, quasi come
se fosse un vecchio sboccato seduto sulla sua veranda a masticare
tabacco. Niente lavate di testa o passaggi di tempo, o stupidagini
francesine da beata ignoranza, solo la totale sfiducia nei confronti
di se stessi prima e degli altri ancora prima. La loro presenza
omicida piena di egocentrismo e piaceri fin troppo ideali per
trascinarmi in basso.
Un ritratto
pessimo dei capricci adolescenti della middle class "carina",
pile di cadaveri sopravvissuti alla guerra e pronti ad essere carne
viva. Holden è tutto quello che detesto, innocenza sboccata
travestita da ignoranza e una buona dose di ricchezza puzzolente.
Allungarsi la linea della fortuna con un coltello non serve a un
cazzo, ma è suggestivo forse. D’altronde il buon Salinger è
riuscito nel sogno dello scrittore, fare soldi con un solo libro.
Questa storia è l’equivalente del 1949 di qualche serie televisiva
sui drammi adolescenziali americani, e di tutta quella ipocrita
borghesia cittadina che passava le giornate a scoparsi a vicenda e
adesso gira lo stivale con gli occhi pieni di speranza e la testa
piena di frasi sconnesse ma comunque "intelligenti". A
riempire la bocca di sogni devastanti che ci spezzeranno il cuore e
ci faranno sembrare puttane e puttanieri.
Salinger non
mi mancherai, mi mancheranno pochissimo i tuoi libri, d’altronde
anche gente del cazzo ha fatto libri di successo, pensate a Henry
Miller.
Lo schifo
risale a ritmo insostenibile.
Holden apre
la sua parola dicendo che della sua famiglia non ne vuole parlare,
"Carini", e basta, Holden torna a casa dopo aver guardato
la sua sorellina "carina".
Siamo al
paradosso della redenzione, dove non si cresce e non si muore, si
fallisce e basta. Il resto lo lasciamo a marcire dietro le nostre
schiene, in modo che anche sforzandoci di piegare il nostro collo al
massimo potremmo sentirne una leggera puzza, familiare, calda e
penetrante. Noi stessi quando ci alziamo da un letto qualsiasi.
Punto dopo
punto, fanculo dopo fanculo.
